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Prevenire l’isolamento sociale negli over 75: il servizio territoriale efficace ma poco pubblicizzato

📅 21 Agosto 2026✍️ di Marina Castore⏱️ 5 min di lettura

L’isolamento sociale in età avanzata non è solo tristezza: si associa a peggioramento della memoria, cadute, scarso appetito e ricoveri evitabili. In dieci anni accanto a mia madre con Alzheimer ho visto come la rete giusta, al momento giusto, possa cambiare giornate intere. Oggi molti territori hanno una risposta concreta ma poco nota: un servizio capace di entrare in casa, coordinare i sostegni e riaccendere le relazioni.

Qual è il servizio territoriale che aiuta davvero gli over 75 a non restare soli?

L’Infermiere di famiglia e comunità è il tassello più efficace e meno pubblicizzato contro la solitudine degli over 75. Opera sul territorio con visite programmate, attiva la rete sociale e sanitaria e facilita l’accesso ai servizi. Nella pratica significa un volto di riferimento che conosce la persona, la casa e il quartiere.

Introdotto e potenziato dal Decreto ministeriale 77/2022, il professionista lavora nelle Case della Comunità e copre micro-aree di vicinato. La sua forza è la continuità: non arriva solo quando c’è un problema, ma previene il problema. Valuta rischi domestici, aderenza alle terapie, stato nutrizionale e, soprattutto, presenza di legami sociali. Se mancano, costruisce ponti con centri di aggregazione, volontariato, parrocchie, biblioteche, custodi sociali e gruppi di cammino. Per chi, come mia madre, tendeva a chiudersi, avere un punto di contatto fisso ha fatto la differenza: ricevere una telefonata programmata o un invito al gruppo del mercoledì toglieva il peso della prima mossa.

Come funziona l’Infermiere di famiglia e comunità e chi può attivarlo?

Il servizio funziona con una presa in carico personalizzata e continua: si parte da una valutazione a domicilio e si definisce un piano con obiettivi semplici e verificabili. Può attivarlo il medico di medicina generale, lo sportello sociale del Comune o la stessa famiglia. In molte zone è gratuito nell’ambito del Servizio sanitario nazionale.

Il percorso tipico prevede: segnalazione (dal medico, dall’ospedale dopo una dimissione, dai servizi sociali o dal caregiver), prima visita in casa, definizione del “patto di cura” e frequenza dei contatti (visite, telefonate, telemonitoraggio quando disponibile), revisione periodica degli obiettivi. L’Infermiere mappa i rischi (cadute, malnutrizione, solitudine), coinvolge vicini affidabili e associazioni, coordina con il fisioterapista e l’assistente sociale quando serve. Nella mia esperienza, la chiave è la concretezza: un calendario sul frigo con due impegni sociali a settimana e una telefonata di check-in il lunedì mattina sono spesso più efficaci di mille raccomandazioni.

Quali benefici concreti porta rispetto a badanti e centri diurni?

Non sostituisce badanti o centri diurni: li integra e ne moltiplica l’efficacia. Riduce gli accessi in pronto soccorso evitabili, migliora aderenza alle terapie e favorisce la partecipazione a attività sociali. Il valore aggiunto è il coordinamento proattivo dell’intera rete attorno alla persona.

Una badante garantisce presenza, ma non sempre sa come attivare servizi pubblici o gruppi di vicinato; un centro diurno offre socialità, ma richiede trasporto e motivazione. L’Infermiere di famiglia e comunità collega i puntini: propone il centro diurno giusto, organizza il trasporto sociale, allena la badante a riconoscere segnali di isolamento (pasti saltati, televisione accesa tutto il giorno, rifiuto di telefonate), verifica i micro-obiettivi. Dalla pratica sul campo emergono esiti tangibili: chi è seguito regolarmente riprende uscite brevi, partecipa a gruppi di lettura o cammino e mantiene contatti con il medico di base senza “sparire” per mesi.

Quanto costa e come verificarne la presenza nel proprio Comune?

Nella maggior parte delle Regioni il servizio è gratuito perché parte del sistema pubblico; in alcune realtà esistono progetti pilota sostenuti dai Comuni o dal volontariato. Per sapere se è attivo, contattate la vostra ASL, la Casa della Comunità o lo sportello sociale comunale. In alternativa, chiedete al medico di base di verificare la presa in carico territoriale.

Passi rapidi: 1) cercate sul sito della vostra ASL “Infermiere di famiglia e comunità”, 2) telefonate alla Casa della Comunità più vicina e chiedete come presentare la richiesta, 3) se non trovate informazioni, scrivete una mail allo sportello sociale del Comune con i dati essenziali (età, condizioni, contatti). Suggerimento pratico: annotate orari e nomi degli operatori con cui parlate e chiedete sempre tempi indicativi per la prima visita. La tracciabilità accelera le risposte.

E se nel mio territorio non c’è ancora? Quali alternative immediate posso attivare?

Se il servizio non è ancora operativo, attivate una “rete leggera” che imita le sue funzioni: teleassistenza sociale, gruppi di vicinato, sportelli anziani comunali, biblioteche con prestito a domicilio e associazioni di cammino. Anche due contatti fissi a settimana riducono sensibilmente il rischio di isolamento. L’obiettivo è passare dalla solitudine casuale a una socialità programmata.

Cercate nel Comune “sportello anziani”, “trasporto sociale”, “centro di aggregazione”. Se possibile, fate iscrivere l’anziano a un laboratorio manuale o a un gruppo di lettura: attività concrete vincono la pigrizia iniziale. Stabilite orari di chiamata con un familiare e un vicino (es. lunedì e giovedì alle 18). Tenete un quaderno sul tavolo: ogni uscita o telefonata diventa una riga spuntata. È un trucco semplice ma potentissimo, che con mia madre funzionava meglio di qualsiasi app.

Cosa posso fare da domani per ridurre l’isolamento di un over 75 fragile?

Partite da tre mosse: fissate due appuntamenti settimanali ripetitivi (stesso giorno e ora), preparate una rubrica cartacea di 10 numeri utili e programmate una passeggiata quotidiana di 20 minuti in orario comodo. Piccoli passi, stessi orari: è così che nascono abitudini sociali sostenibili.

In pratica: 1) martedì gelateria sotto casa e sabato mercato rionale; 2) rubrica con medico, farmacista, vicini, volontariato, nipoti (tenetela vicino al telefono); 3) camminata dopo pranzo, con sosta alla panchina “amica”, salutando sempre due volti noti. Anticipate gli ostacoli: se piove, sostituite la passeggiata con visita alla biblioteca o telefonata al nipote. Premiarsi aiuta: una tisana preferita al rientro rinforza l’abitudine. E ricordatevi di chiedere, non imporre: “Ti va di…” apre più porte di qualsiasi ultimatum.

Domande rapide

Serve la diagnosi di demenza per attivare il servizio? No: conta la fragilità complessiva e il rischio di isolamento, non solo la diagnosi.

Si occupa anche di nutrizione e farmaci? Sì: verifica aderenza terapeutica, frigo e dispensa, e propone correzioni semplici.

Quante visite sono previste? Variabile: da mensili a settimanali, con telefonate intermedie secondo il piano condiviso.

Può coordinare trasporti e ausili? Può attivare canali sociali e sanitari, segnalando bisogni a chi di competenza.

E se l’anziano rifiuta tutto? Partite da micro-obiettivi graduali e relazioni di fiducia: la costanza vince la diffidenza.

Marina Castore

Marina ha vissuto per dieci anni accanto alla madre con Alzheimer, sviluppando esperienza diretta nella gestione quotidiana, nell’alimentazione adattata e nel supporto psicologico per anziani con fragilità cognitive. Condivide pratiche positive per un invecchiamento sereno e attivo.

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